Donne d’Africa

A. e Zodwa, Donne d’Africa. La A e la Z dello stesso lato della della medaglia.

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Un incontro forte, intenso, indimenticabile è stato quello con A. la giovane, bellissima ed energica ragazza tutto fare, pr.
La prima sera ero piuttosto stanca per le emozioni e per la novità che un’esperienza così può portare con sé: il mio arrivo a Bulungula. Lei si era presentata e col suo inglese xhosa, mi aveva raccontato la sua storia di ragazzina e di donna d’Africa del Sudafrica. Di come innamoratasi per la prima volta, giovanissima, era rimasta incinta. Lei era di sei mesi, quando lui l’aveva lasciata per un’altra. Fin qui una storia ordinaria.

La sua fortuna, così mi disse, fu che lui riconobbe di fronte ai suoi genitori che il bimbo in arrivo era suo: in questo modo, per la loro Legge, lui avrebbe dovuto contribuire al mantenimento.
Lui, oltre al bambino, che oggi ha due anni, le aveva lasciato in dono anche l’HIV. Fortunatamente il bimbo era nato sano.
Piangeva e sorrideva A., mentre raccontava del suo desiderio di innamorarsi ancora, anche se adesso non era ancora pronta. Ma il suo sogno, se Dio lo avesse voluto, era di sposarsi.

Un uomo, secondo la tradizione avrebbe dovuto dare a suo padre tra le sette e le nove vacche, dove ogni vacca equivale più o meno a 1000 rand, 65 euro.

Lei non aveva più padre, morto poco tempo prima in seguito ad una grave caduta dall’alto, mentre lavorava sul tetto della loro capanna, del loro rondavel. Aveva vissuto dolorosamente ancora per due anni, gravemente paraplegico e con dolori lancinanti, lasciando la sua famiglia e la sua devota figlia, che avrebbe fatto qualsiasi cosa per alleviarglielo quel dolore, anche solo per qualche minuto. Ha lasciato la sua famiglia, inerme ed attonita, incapace di aiutarlo e di impedire l’inevitabile. E così lei A., il suo bimbo e la nonna del suo bimbo si sono trovati senza una  fonte di reddito.

C’era però anche un’altra morale, per me del tutto inaspettata ed avanzata:  se un giorno Lei, orfana di padre, si fosse innamorata e avesse trovato il suo Principe azzurro o Mr Perfect, che dir si voglia, disposta a prenderla in moglie, le vacche le avrebbe date a Lei. Che sarebbe così stata indipendente.

Sul suo volto è spuntato un sorriso incandescente, in mezzo a due occhi luminosi e ancora pieni di speranza. Gli stessi che ho visto quando parlava del suo bimbo che durante la giornata stava con la nonna, mentre lei lavorava quasi da manager, non solo per se stessa e la sua famiglia, ma per la sua comunità nell’ambizioso, ma riuscito progetto di Bulungula. Una comunità che gestisce in prima persona i turisti, i viaggiatori, che andando lì alimentano un circolo virtuoso, di crescita, di speranza vera, di presente e di futuro.

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L’altra persona che ricordo è Zodwa.
Ero alla fine del mio viaggio in Swaziland, a Manzini.
Proprio in mezzo alla piazza del mercato trovi i bus e son bus che prendono solo i locali. E io mi muovevo così nello Swaziland perché problemi di sicurezza non ce ne erano. Ero diretta a Shewula Camp, una comunità Swazi autogestita, sede di un progetto di un’organizzazione non governativa italiana. Anche loro accoglievano turisti e proponevano di pernottare nelle loro capanne senza elettricità e con la doccia sul tramonto, di mangiare il loro cibo. Di incontrare il loro mondo e magari di costruirne uno un po’ più accogliente e giusto per loro.

Shewula non mi ha colpito come Bulungula, non ha retto il confronto, incontrarsi con l’altro l’ho trovato complicato, ho trovato molte barriere. Certo la povertà è più bruta, allontana e sopraffà gli animi.

Ma le donne veramente hanno un potere incredibile ed inarrivabile, questo ho pensato di Zodwa. Lei è salita sullo stesso bus in piazza e mi ha offerto le sue patatine. Ha attaccato immediatamente discorso: una donna bianca con uno zainone strapieno da una parte e una borsa di souvenir swazi nell’altra, attira una certa attenzione e curiosità.

Così mi ha raccontato che era venuta in città a cercare lavoro, che non trovava. Lei di anni ne aveva 23 e non aveva finito la scuola.

La disoccupazione nel piccolo stato monarchico dello Swaziland, che confina con Sudafrica e Mozambico, è altissima; il lilangeni, la loro moneta è fortemente svalutata e l’HIV, aggiungo io, ha uno dei più alti tassi di diffusione al mondo, la morte per incidenti stradali è un’altra piaga sociale. E suo marito, appena sposato, il padre del suo piccolo, l’ha perso proprio sulla strada e per la strada.

Parliamo di tante cose, le chiedo cosa pensa della Reed Dance, la danza della canna che ogni anno tutte le giovani donne vergini e non sposate fanno per una settimana ininterrotta di fronte al re, a seno nudo. Il re alla fine del lungo rito, nell’ultima giornata, sceglierà una nuova moglie.

Lei mi osserva a lungo, indecisa sul da farsi, poi forse capisce di potersi fidare e mi dice con un filo di voce che ha partecipato per tre o quattro anni. Arrivare lì, ho capito, è come la lunga preparazione di un atleta alla gara più importante della vita: deve arrivare al massimo della forma e ballare senza posa di fronte a tutto il mondo. Il loro mondo e quello occidentale, fatto di giornalisti, fotografi, televisioni curiosi e giudicanti.

All’inizio, da più giovane, era un gioco, un gineceo di donne scatenate. Poi è la tradizione.
Appena ha potuto ne è rimasta fuori. C’è un prima e un dopo.
Prima sei una donna bambina, che si veste da guerriera e coi seni nudi, balla di fronte a tutti e tutti guardano; poi ti sposi
e il passaggio da una condizione all’altra può essere così veloce, che neanche ne sei consapevole e ti chiedi come tutto possa cambiare, soprattutto nella mente delle persone. A quel punto devi coprirti non solo i seni, ma portare maglie molto accollate, perché sei solo di tuo marito.

La loro è una società fortemente maschilista, la poligamia è molto diffusa, anche tra i meno ricchi, del re! A Shewula Camp ho trovato un ragazzo dai capelli lunghi, che sembra un po’ il capo del hotel per turisti, per certi versi in gamba: lui al camp faceva un po’ di tutto, dal tenere la contabilità al farti da guida al villaggio, al farsi servire dalle altre donne.
Ho pensato che fosse un po’ troppo presuntuoso ed irritante: lui che asseriva ad ogni piè sospinto, con grande  orgoglio, di avere ben due mogli e non so più quanti figli, in confronto a me, che non avevo nè marito né figli.

Avere tante mogli in queste società vuol dire poterle mantenere e mantenere i figli che nasceranno, quindi potersi permettere tutto questo ha un grande valore sociale. E’ importante, ma ho pensato, è anche potere.

Però il potere più positivo, l’energia, la grande sensibilità, che va al di là delle differenze, l’ho trovata in Zodwa, in sua sorella, che ha avuto la fortuna di lavorare a Shewula, nelle altre donne incontrate alla comunità e nel lungo viaggio sulle strade sconnesse verso la comunità di Shewula e del Sudafrica.

Ad un certo punto sul bus è salita una giovane donna con una borsa rigida di plastica, che avrebbe potuto essere una delle nostre dell’Ikea. Si è seduta a fianco a me.

Zodwa l’ha salutata e dalla borsa ha fatto capolino una gallina, che la ragazza cercava di domare, ma anche di far respirare. Zodwa mi ha raccontato che lei stava tornando a casa.
Guardando fuori dal finestrino, mentre ci si inerpicava tra le montagne dello Swaziland, il paesaggio diventava più arido e le capanne più povere. La ragazza con la gallina aveva fatto un lungo viaggio in Mozambico coi mezzi pubblici. Lì, in un posto non ben precisato, oltre il confine con lo Swaziland, c’è un Ong che distribuisce coperte, vestiti, da magiare, galline ovaiole, come quella lì nella borsa di plastica. Poverina anche lei, che aveva fatto tutta quella strada in quella borsa.

Mi son sentita a disagio, guardando il mio zaino che occupava tutto quello spazio e i souvenir fragili, voluminosi, colorati, di canna che spuntavano dalla mia borsa di plastica, che tenevo con l’altra mano.

Due borse di plastica così diverse.

Dopo poco Zodwa è arrivata a destinazione, a me mancavano altre due fermate, io arrivavo al capolinea. Non mi ha salutato, non mi ha guardato negli occhi, scendendo.
Ho visto che parlava con l’autista, per farsi tirar giù il bagaglio dal tetto.

Al capolinea stavo scendendo. Ero ormai rimasta l’unica, il ragazzo al volante mi ha fatto segno di sedermi e aspettare: me l’ha detto quasi con rabbia mista a generosità. Mi ha portato oltre il capolinea fino a Shewula camp. Lì ero veramente arrivata: mi ha detto che Zodwa era una sua amica e che gli aveva chiesto di proteggermi tutto il viaggio e di portarmi  a destinazione.

Ho capito subito che lì era più difficile che a Bulungula. La vita, i rapporti, le differenze.

Ho capito che potere hanno le Donne. Donne d’Africa.

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